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è un prodotto edonistico e sfizioso, per palati raffinati. Ne era ghiotto anche
Gabriele d'Annunzio che ne scrive nel romanzo "La Leda senza cigno".
La versione originale, risalente all'epoca dei romani, prevedeva
l'impiego delle foglie di fico, di platano e di vite per conservare l'uva
passita, la cui lavorazione, rimasta la stessa, è molto laboriosa e richiede più
cura dell'essiccazione dei fichi. L'uva va raccolta a luna calante, in un giorno
sereno e asciutto. I grappoli di uva bianca devono essere di sapore dolcissimo
con acini grossi e non troppo fitti. Si distendono su tavole bagnandoli ogni
tanto con una soluzione alcalina composta da acqua e cenere di sarmenti con
aggiunta di olio. Si lasciano asciugare bene, proteggendoli dalla pioggia e
dalla rugiada. Quando hanno perso abbastanza umidità vengono riposti in vasi di
terracotta il cui coperchio viene sigillato con il gesso. A Sorrento, dove
assumono il nome di "follovielli", le foglie di cedro vengono sostituite con
quelle di arancio e il cedro candito con l'arancio candito. Il termine di
"folloviello" deriva, secondo una etimologia dotta, da "follare" (pigiare)
oppure, secondo un etimo popolare più incerto, da "folliculus" (sacchetto,
guscio)
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